Il weekend scorso era targato “Aquila Gravel”, un’evento a tuttotondo nel cuore del Vicentino con partenza dal lago di Fimon al quale il nostro team ha partecipato con grande entusiasmo.

La versione più competitiva della manifestazione, la Aquila Gravel Race, si è corsa sabato 28 marzo e ha permesso al nostro inossidabile Danilo Cimiotti di aggiungere alla sua ricchissima bacheca anche il titolo di Campione Nazionale Gravel ACSI💪🚴🏻🚴‍♂️🚴‍♀️👏

La versione più escursionistica della manifestazione, la Aquila Gravel Ride, si è svolta invece domenica 29 marzo e ha visto impegnati ben 43 dei nostri🤩 ispirando tra le altre cose le riflessioni filosofiche del nostro Marcello (riportate qui sotto dato l’alto significato universale) e meritandosi una menzione speciale da parte degli organizzatori dell’evento (https://www.facebook.com/share/p/1ECLPMXpSx/)

Ad entrambi gli eventi di sabato e domenica, per gentile concessione dell’organizzatrice, era presente nella zona della partenza la nostra Area Team🟧🟦, che ha fatto da punto di ritrovo 🍻 nel corso dell’intera due giorni targata Aquila Gravel!🦅

QUI il post su Facebook con altre foto.

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Aquila Gravel 2026 (ovvero il paradosso psicologico del ciclista del week end🚴‍)

Una riflessione semiseria sui ciclisti del weekend diventa quasi un piccolo studio antropologico, perché quel che facciamo non è solo sport: è un rito collettivo, una forma di meditazione estrema e un test di salute mentale… o della sua allegra assenza.Il ciclista amatoriale vive una contraddizione affascinante: passa la settimana a desiderare di stare in pace, magari guardando il Gran premio Moto GP dopo un lauto pranzetto, poi sceglie deliberatamente di distruggersi. Non è masochismo, è una forma di auto‑terapia molto creativa.Questi i tratti ricorrenti che, negli anni, posso riassumere:

– negazione del dolore: “sto bene, adesso passa tutto, è solo acido lattico”

– ottimismo patologico: “la salita è finita, da adesso in poi è tutta pianura!” (detto guardando un percorso già fatto con 1.600 metri di dislivello)

– amnesia selettiva: ogni week end ho già dimenticato quanto ho sofferto il precedente

– competitività infantile: anche a ben oltre gli “anta”, se uno accelera, lo inseguo come se ci fosse in palio la maglia gialla.

Non è solo sport, ma un modo per:

– sentirmi vivo, perché la fatica estrema è una forma di consapevolezza corporea;

– staccare la testa, perché dopo tanti km di salita non ho più energie per pensare ai problemi quotidiani;

– ritrovare la tribù, quel gruppo di amici che comunica più con i sospiri che con le parole;

– la vera meta non è il risultato, ma il panino “onto” e il bicchierone di birra ai quali non so rinunciare.

La salute mentale in tutto questo non è compromessa: è “reinterpretata”. Il ciclista amatoriale non è folle, è un filosofo pratico. Penso che:

– la felicità non è l’assenza di fatica, ma la sua gestione;

– la sofferenza condivisa crea legami più forti di mille aperitivi;

– la bici è una forma di meditazione dinamica, dove il mantra è “manca solo un altro tornante”.

Forse i ciclisti non sono pazzi, o forse sì, ma in un modo creativo e profondamente umano. E in fondo, se la terapia funziona, chi siamo noi per giudicare?

Marcello Cavaggion