Lo scorso inverno ero fermo sul divano, dopo un infortunio. Avevo bisogno di qualcosa che mi aiutasse a guardare avanti.

Così ho iniziato a pensare al prossimo viaggio in gravel.

La Via Francigena.

Un’idea semplice: partire da casa, raggiungere il percorso e pedalare verso Roma.

Il 27 luglio ho iniziato il viaggio.

Da Padova verso il Po, Parma e il Passo della Cisa. Poi la Toscana, con le sue strade bianche e i suoi borghi: Lucca, San Gimignano, Monteriggioni, Siena e la straordinaria Val d’Orcia.

E ancora più a sud: Radicofani, Bolsena, Viterbo, le cascate di Monte Gelato… fino a Roma.

Otto giorni. 860 chilometri. 9.600 metri di dislivello positivo.

Ma i numeri raccontano solo una parte della storia.

Ci sono il caldo soffocante, le salite che sembrano non finire mai, la fatica, le partenze alle 6 del mattino. E poi ci sono le strade bianche immerse nel silenzio, i panorami che ti costringono a fermarti, i piccoli borghi, il vento, il fresco delle discese e quella sensazione incredibile di essere completamente libero.

Giorno dopo giorno, pedalata dopo pedalata, sono arrivato a Roma.

E quando ho visto Piazza San Pietro, ho capito che non avevo semplicemente concluso un viaggio.

Avevo trasformato un momento difficile in qualcosa di bello.

Perché viaggiare in bici, in fondo, è anche questo: partire senza sapere esattamente cosa troverai e tornare a casa con qualcosa in più.

Come mi ha detto il mio amico Marcello:

«Viaggiare in bici rappresenta una forma di nomadismo, con una capacità liberatoria straordinaria, perché pedalare lascia sempre la piacevole sensazione di sentirsi ancora come dei ragazzini.»

Forse è proprio così.

Si pedala per arrivare. Ma soprattutto si pedala per sentirsi vivi. 

Enrico Bonato

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